Non cerca compassione, ma un cambiamento. È l’appello di Riccardo Alì, padre di un ragazzo di vent’anni gravemente ferito in un incidente stradale mentre lavorava come rider. La sera del 24 aprile, il figlio, ex studente del liceo artistico di Lucca e residente nella provincia di Pisa, stava consegnando cibo da asporto in motorino quando ha subito un violento impatto. Il ragazzo è stato sbalzato dallo scooter, perdendo il casco, e ha riportato un grave trauma cranico, trascorrendo settimane tra la vita e la morte.
“Ha compiuto vent’anni pochi giorni prima dell’incidente”, racconta Riccardo, dipendente di un’azienda lucchese. Dopo essere stato ricoverato in rianimazione a Cisanello, il ragazzo è stato stabilizzato e trasferito all’ospedale Versilia per la riabilitazione, ma attualmente si trova in stato di veglia non responsiva. La famiglia vive nell’incertezza, aspettando di capire se e quanto potrà recuperare.
La mancanza di tutele
La tragedia ha colpito profondamente l’intera famiglia. Riccardo e la moglie si alternano ogni giorno accanto al figlio, insieme agli altri due figli maggiori. Tuttavia, si sono trovati di fronte a una realtà sconosciuta a molti: “Abbiamo scoperto di avere solo tre giorni di permesso per assistere nostro figlio. Finiti quelli, ci sono le ferie e i permessi, se ne hai. Quando finiscono anche quelli, sei lasciato da solo. Non esistono strumenti, non ci sono tutele, non c’è nulla”.
La mancanza di un contratto nazionale che preveda tutele per chi deve assistere un figlio gravemente ferito costringe le famiglie a scegliere tra stargli vicino o continuare a lavorare per mantenere la famiglia. “L’ospedale ci ha chiesto di ridurre al minimo le visite per favorire la riabilitazione”, spiega Riccardo. “Così ci alterniamo solo io, mia moglie e gli altri due figli. È giusto, ma tutto il peso ricade sulle nostre spalle”.
Un appello alle istituzioni
Riccardo non vuole che la sua storia si fermi qui. L’appello è rivolto alle istituzioni: “So che serviranno anni per modificare le leggi, ma qualcuno deve iniziare a parlarne. Chi si trova nella nostra situazione non deve vivere quello che stiamo vivendo noi. Siamo una famiglia normale, ma se questa situazione dovesse durare a lungo, diventerà difficile anche dal punto di vista economico”.
La speranza è riposta nei piccoli segnali che la medicina e il tempo possono offrire. Ogni giorno è una lunga attesa fatta di corridoi d’ospedale, silenzi e speranze. “Vorrei solo che nessun altro padre, nessun’altra madre, dopo aver visto il proprio figlio tra la vita e la morte, fosse costretto a combattere anche contro l’assenza di tutele. Se questa storia servirà ad aprire una riflessione, allora questa sofferenza avrà avuto un senso”.