Giorgio Del Ghingaro, ex sindaco di Viareggio e Capannori, interviene sul clima seguito alle proteste studentesche e agli episodi di violenza registrati in alcune città italiane. La sua posizione è netta: chi danneggia edifici, aggredisce persone o mette a soqquadro le strade deve essere isolato e condannato, ma non si può trattare un’intera generazione come sospetta.
Nel suo intervento Del Ghingaro richiama gli episodi avvenuti nei giorni scorsi, tra scuole devastate, aule distrutte e aggressioni a Torino, dove sarebbero stati colpiti un insegnante e un collaboratore scolastico, oltre alle strade danneggiate durante le manifestazioni a Bologna. «Chi distrugge, chi colpisce, chi spacca non protesta», sostiene l’ex amministratore, sottolineando che la violenza finisce per danneggiare soprattutto gli studenti che frequentano quegli istituti e che vedono ridotta la propria possibilità di esprimersi.
Il confronto con gli anni Settanta
Il ragionamento nasce anche dall’osservazione di una macchina della polizia davanti a un liceo. Del Ghingaro ricorda di aver frequentato il liceo tra la metà e la fine degli anni Settanta, in un periodo segnato da contestazioni, terrorismo e paura. In quegli anni, osserva, gli studenti scioperavano, organizzavano autogestioni, partecipavano a cortei e protestavano, ma non ricorda la presenza di una volante davanti all’ingresso della scuola.
Secondo l’ex sindaco, quelle esperienze contribuirono alla crescita di intere generazioni e alla capacità di distinguere il rispetto della legge dalla violenza. Del Ghingaro precisa di non mettere in dubbio la buona fede degli agenti né le decisioni di chi li ha inviati per garantire controllo e protezione, ma si chiede quale effetto possa avere la presenza delle forze dell’ordine all’ingresso di un istituto su ragazzi di quindici o sedici anni che si recano a lezione o intendono manifestare in modo civile.
Il richiamo alla protesta pacifica
La maggioranza degli studenti, osserva Del Ghingaro, non distrugge e non ricorre alla violenza: studia, discute, si arrabbia e chiede di essere ascoltata. La possibilità di dissentire viene indicata come una componente naturale della crescita e della partecipazione civile. Per questo, secondo l’ex amministratore, è necessario distinguere con fermezza le responsabilità individuali senza estendere il sospetto a tutti.
Il timore espresso è che un clima da stato di polizia possa intimidire gli adolescenti, farli sentire sotto osservazione e indebolire la loro disponibilità a partecipare alla vita pubblica. La conclusione dell’intervento è un invito a colpire gli autori degli atti violenti, preservando però la fiducia nella parte più ampia del mondo studentesco e nella sua capacità di esprimere un dissenso non violento.